Discorso presidente Macron all’assemblea generale dell’ONU – 22 settembre 2025 (Italiano e français)

Di Redazione Francia24
24 Sep 2025

Versione Italiana

Signora Presidente dell’Assemblea Generale, Signor Segretario Generale,

Signore e Signori Capi di Stato e di Governo, Signore e Signori,

Siamo qui perché il momento è arrivato. È arrivato il momento di liberare i 48 ostaggi detenuti da Hamas. È arrivato il momento di fermare la guerra, i bombardamenti a Gaza, i massacri e le popolazioni in fuga. È arrivato il momento perché l’urgenza è ovunque. È arrivato il momento della pace, perché siamo a un passo dal non poterla più cogliere. È per questo che oggi ci riuniamo qui. Alcuni diranno che è troppo tardi, altri che è troppo presto. Una cosa è certa: non possiamo più aspettare.

Nel 1947, questa Assemblea decise la partizione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico e uno arabo, riconoscendo così il diritto di ciascuno all’autodeterminazione. La comunità internazionale consacrò allora lo Stato di Israele, realizzando il destino di questo popolo, finalmente, dopo millenni di esilio e persecuzioni, e che poté fondare lì una così bella democrazia. La promessa di uno Stato arabo, invece, rimane, fino ad oggi, incompiuta.

Da allora, è stato un lungo cammino di speranza e disperazione intrecciate che israeliani e palestinesi hanno percorso, ciascuno a modo suo. E noi, noi abbiamo camminato con loro, ciascuno secondo la propria storia e sensibilità. Ma la verità è che portiamo la responsabilità collettiva di non essere riusciti finora a costruire una pace giusta e duratura in Medio Oriente.

Questa evidenza si è imposta a noi il 7 ottobre 2023, quando il popolo israeliano ha subito il peggior attacco terroristico della sua storia. 1224 uomini, donne e bambini uccisi. 4834 uomini, donne e bambini feriti. 251 uomini, donne e bambini rapiti.

La barbarie di Hamas e di coloro che hanno collaborato a questo massacro ha sconvolto Israele e il mondo. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta per l’anima israeliana e per la coscienza universale. La condanniamo senza alcuna sfumatura, perché nulla, mai, in nessun luogo, può giustificare il ricorso al terrorismo. Pensiamo oggi alle vittime e alle loro famiglie. Esprimiamo la nostra compassione agli israeliani ed esigiamo, prima di ogni altra cosa, che tutti gli ostaggi ancora detenuti a Gaza siano liberati senza alcuna condizione. Noi francesi abbiamo reso un omaggio nazionale ai nostri 51 connazionali assassinati quel giorno e a tutte le vittime del 7 ottobre 2023. Non li dimenticheremo. Mai. Come mai cesseremo la lotta esistenziale contro l’antisemitismo.

Francesi, conosciamo il morso del terrorismo. Portiamo nel cuore il ricordo della testimonianza di fraternità offerta dopo gli attentati commessi a Parigi il 7 gennaio 2015, da decine di leader stranieri che hanno manifestato con noi, in prima fila il primo ministro israeliano e il presidente dell’Autorità palestinese.

Sappiamo che nessuna debolezza è possibile di fronte ai terroristi.

Sappiamo anche il pericolo delle guerre senza fine. Sappiamo che il diritto deve sempre prevalere sulla forza. Sappiamo infine, dalla nostra storia, che l’attaccamento all’universale e alla pace è l’eredità dei secoli passati e la condizione della salvezza. Lo affermo in nome della nostra amicizia con Israele, al quale il nostro impegno non è mai venuto meno. In nome della nostra amicizia anche con il popolo palestinese, per il quale vogliamo che la promessa iniziale delle Nazioni Unite, quella di due Stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, diventi realtà.

In questo momento, Israele continua ad estendere le sue operazioni militari a Gaza con l’obiettivo dichiarato di distruggere Hamas. Ma sono le vite di centinaia di migliaia di persone sfollate, ferite, affamate, traumatizzate che continuano a essere distrutte. Questo, mentre Hamas è stato notevolmente indebolito e la negoziazione di un cessate il fuoco duraturo rimane il modo più sicuro per ottenere la liberazione degli ostaggi.

Nulla, nulla giustifica più la prosecuzione della guerra a Gaza. Nulla. Tutto impone invece di porvi fine definitivamente ora, dopo non averlo fatto prima. Per salvare vite. Le vite degli ostaggi israeliani ancora detenuti in condizioni atroci. Le vite delle centinaia di migliaia di civili palestinesi schiacciati dalla fame, dalla sofferenza, dalla paura di morire, dal lutto per i loro cari. Salvare tutte le vite. Perché ormai da quasi due anni, è la negazione dell’umanità dell’altro e il sacrificio della vita umana a prevalere. Sì, dal 7 ottobre, è la vita dell’altro a essere negata.

Lo diciamo dal primo giorno della guerra a Gaza: una vita vale una vita. Lo so per aver abbracciato le famiglie degli ostaggi incontrate a Tel Aviv e poi a Parigi. Penso in questo momento alla madre di Eyatar David, ostaggio affamato e mostrato alla folla dai suoi aguzzini. Penso a Nimrod Cohen, ostaggio di diciannove anni, di cui ho appena salutato il padre. Lo so per essere andato al capezzale delle vittime palestinesi delle operazioni militari israeliane, rifugiate ad Al-Arish, donne, bambini, dei quali non dimenticherò lo sguardo.

Lo so, per aver incontrato giovani di Gaza accolti in Francia e penso a Rita Baroud, che avrebbe dovuto essere con noi oggi e che continua a testimoniare la disperazione dei suoi cari a Gaza.

Una vita vale una vita. E il nostro dovere è proteggere gli uni e gli altri, dovere indivisibile, come lo è la nostra umanità comune.

Esiste una soluzione per spezzare il ciclo della guerra e della distruzione. È il riconoscimento dell’altro, della sua legittimità, della sua umanità e della sua dignità. Che gli uni e gli altri riaprano gli occhi e vedano volti umani là dove la guerra ha posto la maschera del nemico o i tratti di un bersaglio. È il riconoscimento che israeliani e palestinesi vivono in una solitudine gemella, solitudine degli israeliani dopo l’incubo storico del 7 ottobre 2023, solitudine dei palestinesi stremati in questa guerra senza fine.

Il momento è arrivato. Perché il peggio può accadere, che si tratti del sacrificio di tanti altri civili, dell’espulsione della popolazione di Gaza verso l’Egitto, dell’annessione della Cisgiordania, della morte degli ostaggi detenuti da Hamas, o di fatti compiuti che cambiano in modo irreversibile la situazione sul terreno. È per questo, è per questo che dobbiamo oggi, qui, aprire questo cammino di pace, perché dall’ultimo luglio l’accelerazione degli eventi è terribile. Al punto in cui siamo, si teme che gli accordi di Abramo o di Camp David siano messi in discussione dall’azione di Israele e che la pace diventi impossibile per lungo tempo in Medio Oriente. Pesa su di noi una responsabilità storica. Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la possibilità stessa di una soluzione a due Stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.

Il momento è arrivato. Ecco perché, fedele all’impegno storico del mio paese in Medio Oriente, per la pace tra il popolo israeliano e il popolo palestinese, dichiaro che la Francia riconosce oggi lo Stato di Palestina.

Questo riconoscimento è un modo per affermare che il popolo palestinese non è un popolo di troppo. Che è, al contrario, quel popolo che non dice mai addio a nulla, per parlare con Mahmoud Darwich. Un popolo forte della sua storia, del suo radicamento, della sua dignità.

Il riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese non toglie nulla ai diritti del popolo israeliano, che la Francia ha sostenuto dal primo giorno e al cui rispetto non è meno legata. Proprio perché siamo convinti che questo riconoscimento sia la soluzione che, da sola, permetterà la pace per Israele. La Francia non è mai venuta meno a Israele quando la sua sicurezza era in gioco, anche di fronte agli attacchi iraniani.

Questo riconoscimento dello Stato di Palestina è una sconfitta per Hamas e per tutti coloro che alimentano l’odio antisemita, coltivano ossessioni antisioniste e vogliono la distruzione dello Stato di Israele.

Questo riconoscimento della Francia è accompagnato da quelli che saranno annunciati oggi, tra gli altri, e li ringrazio, quelli di Andorra, Australia, Belgio, Canada, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo, Regno Unito, San Marino, che hanno atteso con noi questo momento e, cogliendo l’appello dell’ultimo luglio, hanno scelto la responsabilità, l’esigenza e la pace. Questo, dopo la scelta fatta da Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia nel 2024, e tanti altri prima.

Questo riconoscimento apre la strada a una negoziazione utile tanto agli israeliani quanto ai palestinesi.

Questa strada è quella del piano di pace e sicurezza per tutti che l’Arabia Saudita e la Francia hanno sottoposto al voto di questa assemblea, che lo ha adottato a larghissima maggioranza. Porta la nostra ambizione comune di spezzare il ciclo della violenza e cambiare la situazione sul terreno. Abbiamo saputo fare un passo gli uni verso gli altri, uscire dalle nostre posture abituali e darci obiettivi concreti. Ora tocca a noi, insieme, innescare un meccanismo di pace che risponda ai bisogni di ciascuno.

Il primo passo di questo piano di pace e sicurezza per tutti è quello dell’urgenza assoluta, quella di abbinare la liberazione dei 48 ostaggi e la fine delle operazioni militari su tutto il territorio di Gaza. Saluto gli sforzi del Qatar, dell’Egitto e degli Stati Uniti per raggiungere questo obiettivo e chiedo a Israele di non fare più nulla che ostacoli il loro successo. Hamas è stato sconfitto sul piano militare con la neutralizzazione dei suoi leader e decisori. Deve essere sconfitto anche sul piano politico per essere veramente smantellato. Una volta concordato il cessate il fuoco, dovremo compiere collettivamente uno sforzo massiccio per portare soccorso alla popolazione di Gaza. Ringrazio l’Egitto e la Giordania per il loro impegno qui e ricordo a Israele l’obbligo assoluto che ha di facilitare l’accesso umanitario a Gaza per aiutare una popolazione oggi priva di tutto.

Il secondo passo è quello della stabilizzazione e della ricostruzione a Gaza. Un’amministrazione di transizione che integri l’Autorità palestinese, la gioventù palestinese accompagnata da forze di sicurezza di cui accelereremo la formazione, avrà il monopolio della sicurezza a Gaza. Metterà in atto lo smantellamento e il disarmo di Hamas, con il supporto dei partner internazionali e i mezzi necessari per questa difficile missione. La Francia è pronta a contribuire a una missione internazionale di stabilizzazione e a sostenere, con i suoi partner europei, la formazione e l’equipaggiamento delle forze di sicurezza palestinesi. Non appena la negoziazione lo permetterà, il Consiglio di Sicurezza potrà decidere il dispiegamento di una missione di sostegno civile e di sicurezza, in coordinamento con le autorità palestinesi e con il consenso delle autorità israeliane.

Spetterà anche allo Stato di Palestina ridare speranza alla sua popolazione, provata da anni di violenza, occupazione, ma anche di divisioni e inefficienze. Dovrà quindi offrire al suo popolo un quadro di espressione democratica rinnovato e sicuro. Il presidente Mahmoud Abbas si è impegnato in tal senso con il principe Mohammed bin Salman e con me.

Ha condannato con forza gli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023. Ha affermato il suo sostegno al disarmo di Hamas e si è impegnato a escluderlo dalla governance futura di Gaza come dell’intero territorio palestinese. Ha confermato il suo impegno a combattere i discorsi di odio e ha promesso una profonda ristrutturazione della governance palestinese.

La Francia sarà attenta alla piena attuazione di ciascuno degli impegni presi nei suoi confronti. Questa Autorità palestinese rinnovata è una condizione necessaria per il successo della indispensabile negoziazione che dovrà essere ripresa per raggiungere un accordo su ciascuna delle questioni relative allo status finale. È in questo contesto, inoltre, che potrò decidere di stabilire un’ambasciata presso lo Stato di Palestina, non appena tutti gli ostaggi detenuti a Gaza saranno stati liberati e sarà stato stabilito un cessate il fuoco.

L’esigenza della Francia nei confronti di Israele non sarà minore. Con i suoi partner europei, indicizzerà il livello della sua cooperazione con Israele alle misure che prenderà per porre fine alla guerra e negoziare la pace.

È proprio grazie a questa strada che otterremo uno Stato di Palestina sovrano, indipendente e demilitarizzato, che riunisca tutti i suoi territori, riconosca Israele e sia riconosciuto da Israele, in una regione che conoscerà finalmente la pace.

Mi aspetto anche dai nostri partner arabi e musulmani che non l’hanno ancora fatto, che mantengano il loro impegno di riconoscere lo Stato di Israele e di avere con esso relazioni normali non appena lo Stato di Palestina sarà stato istituito. Così dimostreremo una doppia riconoscimento a beneficio della pace e della sicurezza di tutti in Medio Oriente.

Ecco, Signore e Signori, qual è il nostro piano di pace. Stabilisce un meccanismo esigente per uscire dalla guerra ed entrare in una fase decisiva di negoziazione. Permette che la pace israelo-palestinese sia il primo pilastro di una nuova architettura di pace e sicurezza in Medio Oriente. Rende anche credibile la possibilità di una maggiore integrazione economica.

Nulla sarà possibile senza che le autorità israeliane facciano pienamente propria la nostra rinnovata ambizione di raggiungere finalmente la soluzione dei due Stati. Conosco le loro reticenze e le loro paure. Ascolto con grande rispetto il popolo israeliano, la sua tristezza e la sua stanchezza, e voglio credere che le autorità israeliane lo ascolteranno a loro volta e sapranno impegnarsi. So che il popolo israeliano e i suoi leader possono avere questa forza.

Ricordo il giovane che ero, apprendendo il terribile assassinio di Yitzhak Rabin, quasi 30 anni fa, ucciso per aver voluto la pace. Nel momento in cui la morte stava per strapparlo, l’eroico guerriero dello Stato di Israele aveva appena pronunciato queste parole: «Ho fatto la guerra finché non c’era alcuna possibilità di fare la pace». Questa possibilità esiste oggi. 142 Stati propongono questa pace, una mano tesa pronta a essere stretta.

Quindi, sì, il momento è arrivato di fermare la guerra a Gaza, i massacri, la morte, subito. L’urgenza ce lo impone. È arrivato il momento per Israele di vivere in pace e sicurezza, dalla Galilea al Mar Rosso, passando per il Mar Morto, il lago di Tiberiade e Gerusalemme. È arrivato il momento di non discutere più, in nessun luogo, l’esistenza di uno Stato di Israele e di renderla un’evidenza.

È arrivato il momento di rendere giustizia al popolo palestinese e così di riconoscere uno Stato di Palestina, fratello e vicino, a Gaza e in Cisgiordania e attraverso Gerusalemme. È arrivato il momento di scacciare da queste terre il volto orribile del terrorismo e di costruire la pace. Sì, costruire la pace, è questo che ci riunisce qui. Ed è questa la speranza che può essere costruita. Mentre per alcuni inizia un nuovo anno, è una scelta da fare ed è il nostro dovere. La pace è molto più esigente, molto più difficile di tutte le guerre.

Ma il momento è arrivato.

Versione Originale

 

Madame la Présidente de l’Assemblée générale, Monsieur le Secrétaire général,

Mesdames et messieurs les chefs d’Etat et de gouvernement, Mesdames et Messieurs,

Nous sommes là car le temps est venu. Le temps est venu de libérer les 48 otages détenus par le Hamas. Le temps est venu d’arrêter la guerre, les bombardements à Gaza, les massacres et les populations en fuite. Le temps est venu car l’urgence est partout. Le temps de la paix est venu, car nous sommes à quelques instants de ne plus pouvoir la saisir. C’est pour cela que nous nous retrouvons aujourd’hui ici. Certains diront trop tard, d’autres diront trop tôt. Une chose est sûre nous ne pouvons plus attendre.

En 1947, cette Assemblée décidait du partage de la Palestine mandataire entre deux Etats, l’un juif et l’autre arabe, et reconnaissait ainsi le droit de chacun à l’autodétermination. La communauté internationale consacrait là l’Etat d’Israël, accomplissant le destin de ce peuple, enfin, après des millénaires d’errance et de persécution, et qui put fonder là une si belle démocratie. La promesse d’un Etat arabe, elle, reste, jusqu’à ce jour, inachevée.

Depuis lors, c’est un long chemin d’espérance et de désespoir mêlés qu’Israéliens et Palestiniens ont parcouru chacun à leur manière. Et nous, nous avons cheminé avec eux, chacun d’entre nous selon son histoire et sa sensibilité. Mais la vérité est que nous portons la responsabilité collective d’avoir failli jusqu’ici à bâtir une paix juste et durable au Proche- Orient.
C’est l’évidence même qui s’est imposée à nous le 7 octobre 2023, lorsque le peuple israélien a subi la pire attaque terroriste de son histoire. 1224 hommes, femmes et enfants tués. 4834 hommes, femmes et enfants blessés. 251 hommes, femmes et enfants enlevés.

La barbarie du Hamas et de ceux qui ont collaboré à ce massacre a stupéfait Israël et le monde. Le 7 octobre est une blessure encore vive pour l’âme israélienne comme pour la conscience universelle. Nous la condamnons sans aucune nuance car rien, jamais, nulle part, ne peut justifier de recourir au terrorisme. Nous pensons en ce jour, aux victimes et à leurs familles. Nous disons notre compassion aux Israéliens et exigeons avant toute autre chose que tous les otages encore détenus à Gaza soient libérés sans aucune condition. Nous Français avons rendu un hommage national à nos 51 compatriotes assassinés ce jour-là, et à toutes les victimes du 7 octobre 2023. Nous ne les oublierons pas. Jamais. Comme jamais nous ne cesserons le combat existentiel contre l’antisémitisme.

Français, nous savons la morsure du terrorisme. Nous portons au cœur le souvenir du témoignage de fraternité offert après les attentats commis à Paris le 7 janvier 2015, par des dizaines de dirigeants étrangers manifestant avec eux, au premier rang desquels le premier ministre israélien et le président de l’Autorité palestinienne.

Nous savons qu’aucune faiblesse n’est possible face aux terroristes.

Nous savons aussi le danger des guerres sans fin. Nous savons que le droit toujours doit l’emporter sur la force. Nous savons enfin de notre Histoire que l’attachement à l’universel et à la paix est l’héritage des siècles passés comme la condition du salut. J’affirme cela au nom de notre amitié avec Israël, à qui notre engagement n’a jamais fait défaut. Au nom de notre amitié aussi avec le peuple palestinien pour qui nous voulons que la promesse initiale des Nations unies, celle de deux Etats vivant côte à côte en paix et en sécurité devienne réalité.
Or à cette heure, Israël étend encore ses opérations militaires à Gaza dans l’objectif déclaré de détruire le Hamas. Mais ce sont les vies de centaines de milliers de personnes déplacées, blessées, affamées, traumatisées qui continuent d’être détruites. Alors même que le Hamas a été considérablement affaibli et que la négociation d’un cessez-le-feu durable reste le moyen le plus sûr d’obtenir la libération des otages.

Rien, rien ne justifie plus la poursuite de la guerre à Gaza. Rien. Tout commande au contraire d’y mettre un terme définitif maintenant, à défaut de l’avoir fait plus tôt. Pour sauver des vies. Les vies des otages israéliens encore détenus dans des conditions atroces. Les vies des centaines de milliers de civils palestiniens accablés par la faim, la souffrance, la peur de mourir, le deuil de leurs proches. Sauver toutes les vies. Car depuis désormais près de deux ans, c’est bien la négation de l’humanité de l’autre et le sacrifice de la vie humaine qui prévalent. Oui, depuis le 7 octobre, c’est bien la vie de l’autre qui est niée.

Nous le disons depuis le premier jour de la guerre à Gaza              : une vie vaut une vie. Je le sais pour avoir pris dans mes bras les familles des otages rencontrées à Tel Aviv puis à Paris. Je pense à cet instant à la mère d’Eyatar David, otage affamé et montré à la foule par ses bourreaux. Je pense à Nimrod Cohen, otage de dix-neuf ans, dont je viens de saluer le père. Je le sais pour être aussi allé au chevet des victimes palestiniennes des opérations militaires israéliennes, réfugiées à Al-Arish, des femmes, des enfants, dont je n’oublierai pas le regard.

Je le sais, pour avoir rencontré des jeunes de Gaza accueillis en France et je pense à Rita Baroud qui aurait dû être avec nous aujourd’hui et qui continue de témoigner de la détresse de ses proches à Gaza.

Une vie vaut une vie. Et notre devoir à tous est de protéger les uns et les autres, devoir indivisible, comme l’est notre humanité commune.

Une solution existe pour briser le cycle de la guerre et de la destruction. C’est la reconnaissance de l’autre, de sa légitimité, de son humanité et de sa dignité. Que les uns et les autres rouvrent les yeux et voient des visages humains là où la guerre a placé le masque de l’ennemi ou les traits d’une cible. C’est la reconnaissance qu’Israéliens et Palestiniens vivent dans une solitude jumelle, solitude des Israéliens après le cauchemar historique du 7 octobre 2023, solitude des Palestiniens à bout de force dans cette guerre sans fin.

Le temps est venu. Car le pire peut advenir, qu’il s’agisse du sacrifice de tant d’autres civils, de l’expulsion de la population de Gaza vers l’Egypte, de l’annexion de la Cisjordanie, de la mort des otages détenus par le Hamas, ou des faits accomplis qui changent de manière irréversible la situation sur le terrain. C’est pour cela, c’est pour cela que nous devons aujourd’hui, ici même ouvrir ce chemin de paix, car depuis juillet dernier, l’accélération des évènements est terrible. Au point où nous en sommes, il est à craindre que les accords d’Abraham ou de Camp David soient remis en cause par l’action d’Israël et que la paix devienne impossible pour longtemps au Moyen-Orient. Il pèse donc sur nous une responsabilité historique. Nous devons tout faire pour préserver la possibilité même d’une solution à deux Etats, Israël et la Palestine, vivant côte-à-côte en paix et en sécurité.

Le temps est venu. C’est pourquoi, fidèle à l’engagement historique de mon pays au Proche- Orient, pour la paix entre le peuple israélien et le peuple palestinien, je déclare que la France reconnaît aujourd’hui l’Etat de Palestine.

Cette reconnaissance est une manière d’affirmer que le peuple palestinien n’est pas un peuple en trop. Qu’il est au contraire ce peuple qui ne dit jamais adieu à rien, pour parler avec Mahmoud Darwich. Un peuple fort de son Histoire, de son enracinement, de sa dignité.

La reconnaissance des droits légitimes du peuple palestinien n’enlève rien aux droits du peuple israélien, que la France a soutenus dès le premier jour et au respect desquels elle n’est pas moins attachée. Précisément car nous sommes convaincus que cette reconnaissance est la solution qui seule permettra la paix pour Israël. Jamais la France n’a manqué à Israël quand sa sécurité était en jeu, y compris face aux frappes iraniennes.

Cette reconnaissance de l’Etat de Palestine est une défaite pour le Hamas comme pour tous ceux qui attisent la haine antisémite, nourrissent des obsessions antisionistes et veulent la destruction de l’Etat d’Israël.

Cette reconnaissance de la France est accompagnée par celles qui seront annoncées aujourd’hui entre autres et je les en remercie, celles d’Andorre, de l’Australie, de la Belgique, du Canada, du Luxembourg, de Malte, de Monaco, du Portugal, du Royaume-Uni, de Saint-Marin qui ont attendu avec nous ce moment et saisissant l’appel de juillet dernier, ont fait le choix de la responsabilité, de l’exigence et de la paix. Cela, après le choix fait par l’Espagne, l’Irlande, la Norvège et la Slovénie en 2024, et tant d’autres auparavant.

Cette reconnaissance ouvre le chemin d’une négociation utile aux Israéliens comme aux Palestiniens.

Ce chemin est celui du plan de paix et de sécurité pour tous que l’Arabie Saoudite et la France ont soumis au vote de cette assemblée, qui l’a adopté à une très large majorité. Il porte notre ambition commune de briser l’engrenage de la violence et de changer la donne sur le terrain. Nous avons su faire un pas les uns vers les autres, sortir de nos postures habituelles et nous donner des objectifs concrets. Il nous appartient maintenant, ensemble, de déclencher une mécanique de paix répondant aux besoins de chacun.

Le premier temps ce plan de paix et de sécurité pour tous, est celui de l’urgence absolue, celle de coupler la libération des 48 otages et la fin des opérations militaires sur tout le territoire de Gaza. Je salue les efforts du Qatar, de l’Egypte et des Etats-Unis pour y parvenir et demande à Israël de ne plus rien faire qui entrave leur aboutissement. Le Hamas a été vaincu sur le plan militaire par la neutralisation de ses chefs et de ses décideurs. Il doit l’être sur le plan politique pour être véritablement démantelé. Dès lors que le cessez-le-feu aura été agréé, c’est un effort massif que nous devrons produire collectivement pour porter secours à la population de Gaza. Je remercie l’Egypte et la Jordanie de leur engagement ici et rappelle à Israël l’obligation absolue qui est la sienne de faciliter l’accès humanitaire à Gaza pour aider une population aujourd’hui démunie de tout.

Le deuxième temps est celui de la stabilisation et de la reconstruction à Gaza. Une administration de transition intégrant l’Autorité palestinienne, la jeunesse palestinienne accompagnée de forces de sécurité dont nous accélérerons la formation, aura le monopole de la sécurité à Gaza. Elle mettra en œuvre le démantèlement et le désarmement du Hamas, avec le soutien des partenaires internationaux et les moyens qui seront nécessaires à cette mission difficile. La France est prête à contribuer à une mission internationale de stabilisation et à soutenir, avec ses partenaires européens, la formation et l’équipement des forces de sécurité palestiniennes. Dès lors que la négociation le permettra, le Conseil de sécurité pourra décider le déploiement d’une mission de soutien civil et sécuritaire, en liaison avec les autorités palestiniennes, avec le consentement des autorités israéliennes.

Il reviendra aussi à l’Etat de Palestine de rendre espoir à sa population éprouvée par des années de violence, d’occupation mais aussi de division et d’incurie. Il lui reviendra donc d’offrir à son peuple un cadre d’expression démocratique, renouvelé et sécurisé. Le président Mahmoud Abbas en a pris l’engagement auprès du prince Mohamed bin Salman et de moi-même.

Il a condamné avec force les attaques terroristes du 7 octobre 2023. Il a affirmé son soutien au désarmement du Hamas et s’est engagé à l’exclure de la gouvernance à venir de Gaza comme de l’ensemble du territoire palestinien. Il a affirmé son engagement à lutter contre les discours de haine et a promis une rénovation en profondeur de la gouvernance palestinienne.

La France sera attentive à la pleine mise en œuvre de chacun des engagements pris auprès d’elle. Cette Autorité palestinienne renouvelée est une condition nécessaire à la réussite de l’indispensable négociation qu’il faudra reprendre pour parvenir à un accord sur chacune des questions relatives au statut final. C’est dans ce cadre, aussi, que je pourrai décider d’établir une ambassade auprès de l’Etat de Palestine, dès lors que tous les otages détenus à Gaza auront été libérés et qu’un cessez-le-feu aura été établi.

L’exigence de la France à l’égard d’Israël ne sera pas moins grande. Avec ses partenaires européens, elle indexera le niveau de sa coopération avec lui sur les dispositions qu’il prendra pour mettre fin à la guerre et négocier la paix.

C’est bien grâce à ce chemin que nous obtiendrons un Etat de Palestine souverain, indépendant et démilitarisé regroupant l’ensemble de ses territoires, reconnaissant Israël, et étant reconnu par Israël, dans une région qui connaîtra enfin la paix.

J’attends aussi de nos partenaires arabes et musulmans qui ne l’ont pas encore fait, qu’ils tiennent leur engagement de reconnaître l’Etat d’Israël et d’avoir avec lui des relations normales dès lors que l’Etat de Palestine aura été établi. Ainsi ferons-nous la démonstration d’une double reconnaissance au bénéfice de la paix et de la sécurité de tous au Proche-Orient.

Voici, Mesdames et Messieurs, quel est notre plan de paix. Il établit un engrenage exigeant pour sortir de la guerre et entrer dans une phase décisive de négociation. Il permet que la paix israélo- palestinienne soit le premier pilier d’une nouvelle architecture de paix et de sécurité au Proche et Moyen-Orient. Il crédibilise aussi la possibilité d’une plus grande intégration économique.

Rien ne sera possible sans que les autorités israéliennes s’approprient pleinement notre ambition renouvelée de parvenir enfin à la solution des deux Etats. Je sais leurs réticences et leurs craintes. J’entends avec beaucoup de respect le peuple israélien, sa tristesse et sa fatigue, et je veux croire que les autorités israéliennes l’entendront également et sauront s’engager à leur tour. Je sais que le peuple israélien et ses dirigeants peuvent en avoir la force.

Je me souviens du jeune homme que j’étais, apprenant l’assassinat terrible d’Yitzhak Rabin, il y a près de 30 ans, tué pour avoir voulu la paix. Au moment où la mort allait le ravir, le guerrier héroïque de l’Etat d’Israël venait de prononcer ces mots              : « J’ai fait la guerre aussi longtemps qu’il n’y avait aucune chance de faire la paix ». Cette chance existe là aujourd’hui. 142 Etats proposent cette paix, main tendue prête à être serrée.

Alors, oui, le temps est venu d’arrêter la guerre à Gaza, les massacres, la mort, tout de suite. L’urgence nous le commande. Le temps est venu pour Israël de vivre en paix et en sécurité, de la Galilée à la Mer Rouge, par la mer Morte, par le lac de Tibériade, et par Jérusalem. Le temps est venu de ne plus discuter nulle part l’existence d’un Etat d’Israël et d’en faire une évidence.

Le temps est venu de rendre justice au peuple palestinien et ainsi de reconnaître un Etat de Palestine, frère et voisin, à Gaza et en Cisjordanie et par Jérusalem. Le temps est venu de chasser de ces terres le visage hideux du terrorisme et de bâtir la paix. Oui, bâtir la paix, c’est ce qui nous rassemble ici. Et telle est l’espérance qui peut se construire. Alors que pour certains commence une année nouvelle, c’est un choix à faire et c’est notre devoir. La paix est beaucoup plus exigeante, beaucoup plus difficile que toutes les guerres.

Mais le temps est venu.