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Storia di un gigante odiato
La torre di Montparnasse, alta 210 metri e costituita da cinquantanove piani, è stata inaugurata il 18 giugno 1973. Fin dal suo primo giorno ha suscitato scalpore: gli abitanti di Parigi la chiamavano “verruca architettonica”, “vedova nera” o semplicemente “balafra”, perché il suo profilo inconfondibile rompeva l’ordine haussmanniano dei cinque o sei piani. La sua presenza è stata la ragione di una legge, introdotta quattro anni dopo da Valéry Giscard d’Estaing, che ha limitato l’altezza dei nuovi edifici nella capitale. Nonostante le critiche, la torre è stata per decenni un punto di riferimento per le imprese, per l’osservatorio al cinquantesimo piano e per le boutique al piano terra. Ha ospitato anche i quartier generali di importanti partiti politici, da Mitterrand a Chirac, fino al movimento di Emmanuel Macron. La sua fama si è consolidata nella cultura pop con film, canzoni e persino un modello Lego, ma anche con episode più oscure: nel 2005 è stata scoperta la presenza di amiante e, più recentemente, alcune delle sette mila finestre si sono staccate cadendo a terra senza causare vittime.
Il progetto di trasformazione
Nel 2016 la città di Parigi ha indetto un concorso per ridare vita all’edificio in vista delle Olimpiadi del 2024. Il progetto, affidato all’agenzia Nouvelle AOM e diretto da Renzo Piano, prevedeva di sostituire la facciata grigia con una struttura trasparente, aggiungere un hotel di un centinaio di camere, ampliare la base con una terrazza verde e innalzare il tetto inserendo una serra agricola. L’idea era di trasformare il complesso in un “spazio aperto, vivente e vegetale” capace di coniugare modernità e sostenibilità. Il piano doveva essere realizzato in quattro anni, a partire dalla chiusura al pubblico avvenuta il 31 marzo e dallo svuotamento dei locali nell’estate. Tuttavia, il costo iniziale stimato a trecento milioni di euro è rapidamente salito a ottocento milioni, creando un forte scoglio finanziario.
Il conflitto tra i proprietari
La torre è di proprietà di una trentina di investitori, fra cui spiccano la Società di Investimento Patrimoniale (LFPI) con il trenta per cento, la Séché Environnement, l’assicurazione AXA, la mutua MGEN e il magnate Xavier Niel. Un’acquisizione inattesa è stata quella del cantante Vianney, che ha comprato il quaranta‑tre° piano a maggio scorso. Durante l’assemblea di luglio, la LFPI ha chiesto di rivedere il progetto, temendo l’onere di ottocento milioni di spesa. Il dibattito ha portato a una serie di incontri presieduti dal sindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, con l’obiettivo di trovare un accordo prima della scadenza del permesso di costruire, fissata al 26 novembre. Se i lavori non dovessero partire entro quella data, sarà necessario presentare un nuovo permesso, con il rischio di ritardare ulteriormente l’intervento. Le associazioni di tutela del patrimonio, guidate da Julien Lacaze e Christine Nedelec, hanno invece chiesto la demolizione dell’intero grattacielo per sostituirlo con un giardino, definendo la ristrutturazione una “ecologia di spettacolo”. Il sindaco del XV° arrondissement, Philippe Goujon, ha manifestato ottimismo, sottolineando l’importanza di rispettare la scadenza per non compromettere una delle più grandi opere di urbanistica parigina.
Nel frattempo la galleria commerciale al piede della torre appare quasi deserta, testimoniando il declino dell’interesse commerciale. Le preoccupazioni dei residenti, dei proprietari e delle autorità si intrecciano in una situazione di stallo che lascia aperta la domanda se la Montparnasse possa davvero rinascere o rischi di diventare un monumento alla decadenza.

Editoriale di Rachel – La Montparnasse, il coltellino svizzero dell’incapacità presidenziale
Parliamo della torre che, da quasi cinquant’anni, domina il cielo parigino come una cicatrice che non vuole guarire. 800 milioni di euro di “ristrutturazione” tardi, incompiuta, appoggiata su una torre i cui vetri cadono più spesso di promesse elettorali. E qui ci troviamo a chiedere: cosa c’è di più emblematico di un edificio che si sta disfacendo proprio mentre il presidente, dal suo ben più luminoso quartier generale di En Marche, guarda altrove senza nemmeno battere ciglio?
Macron, maestro del “facciamo finta che non succeda”, ha trasformato il Monteparnasse in un semplice array di loghi di campagna, ma non ha ancora messo una mano sulla pietosità dell’architettura. Quando il tetto si sgretola, il nostro presidente risponde con la solita eleganza di un manichino di plastica: “ci occuperemo di questo”, ma la frase rimane sospesa nell’aria più dense delle sue parole di campagna. Non è forse ironico che la “verruca” della capitale diventi il simbolo più patetico dell’incapacità di governare una città che, a dirla bene, è già piena di problemi più urgenti?
La più grande contraddizione è la volontà di “rivitalizzare” un simbolo tanto odiato, affidandolo a un consorzio di investitori più diviso delle coalizioni di governo. Se i proprietari non riescono a mettere d’accordo un taglio di budget, immaginate l’impegno di un presidente che non sembra nemmeno aver messo il suo nome sulla lista dei “cittadini responsabili”. Invece di demolire o trasformare la torre in un “giardino verticale” come suggeriscono gli attivisti, Macron sembra preferire un’intera serie di parole foglie secche: eco‑spettacolo, “efficienza estetica”, “rivitalizzazione urbana”. Ma dove è la concreta azione?
Alla fine, la Montparnasse è diventata una metafora del governo: un gigantesco guscio di vetro fumé che tenta di nascondere gli spazi vuoti dietro luci al neon di press releases. Mentre le finestre cadono e il tetto sembra pronto a scoppiare, il presidente resta in silenzio, forse perché, come tutti i grandi illusionisti, sa che il vero trucco è distrarre il pubblico con una promessa di “prossimo anno”. E noi, spettatori abituati, continuiamo a goderci lo spettacolo, sperando miracolosamente che il prossimo capitolo non sia un altro crollo.
Koan del giorno
Monaco: Maestro, perché la Torre Montparnasse, se tanto odiata, viene ancora proposta come gioiello da restaurare?
Maestro: Perché l’uomo, nel suo orgoglio, preferisce lucidare la rottura anziché accettare che a volte la bellezza è una ferita che non si rimargina.
Monaco: Ma non è forse più vero che il vero veleno è il silenzio delle decisioni, che rende la pietra più pesante della colla?
Maestro: Il silenzio è la più grande architettura di tutti; costruisce ponti d’invisibilità che, una volta attraversati, ti lasciano sempre in cima a una torre senza scala.
Questo è tutto per il momento. Dalla redazione di Parigi sono Rachel Costa: questa è FranciaOggi con Centrale Milano 1575 kHz.
