Massiimo Siddi, un amico e collaboratore di FM-World, ha pubblicato sul suo profilo Facebook un serie di considerazioni sugli abusi di potere da parte dei detentori di presunti diritti che ci pare interessante ripubblicare.
.
(Nota: Radio Nizza paga regolarmente SACEM, l’equivalente francese di SIAE)
.
Stop alla Copia Privata: una storia (anche) personale contro un abuso di sistema
La mia giornata inizia sempre con un rituale preciso: mi sveglio all’alba, un po’ per una ormai consolidata abitudine, un po’ perché la mia Lulù, un Terranova di quasi 60 chili, mi lecca i piedi per dire che anche lei ha dei “rituali” da espletare in giardino.
Dopo il cappuccino, anzi proprio durante, un occhio alle rassegne stampa della TV, l’altro alle notizie che mi portano a navigare tra le pagine digitali del web.
Stamattina, un titolo che ha subito destato il mio interesse; un articolo su DDay.it – Digital Day che lanciava la campagna “Stop alla Copia Privata”.
Bene – ho pensato – non sono il solo che si è, finalmente, svegliato e non solo dal sonno di queste notti afose.
Il “pizzo” della Copia Privata
L’articolo di DDay.it sintetizza perfettamente una delle tante assurdità del sistema italiano. Descrive l’equo compenso, o “tassa sulla copia privata”, come un vero e proprio “pizzo”, DDay.it non lo dice esplicitamente ma questo è esattamente cosa viene percepito dai più che ne hanno consapevolezza.
Un “pizzo” (magari fosse una tassa, avrebbe uno scopo sociale, se non altro) applicato sull’acquisto di dispositivi elettronici, dagli smartphone ai tablet, fino alle memorie esterne e, si vorrebbe, anche ai cloud (!!!).
Questa tassa, pagata in anticipo dai produttori e poi “nascosta” nel prezzo che Pantalone paga per l’acquisto, serve a “compensare” autori ed editori per una presunta riproduzione dei loro contenuti.
La campagna promossa da DDay mira a smascherare l’ingiustizia di un modello che non solo è superato, ma che non garantisce nemmeno un’equa distribuzione dei proventi.
In un’era dominata dallo streaming e, prima dal download digitale, dove i contenuti sono fruiti senza la necessità di copie fisiche, questo balzello diventa una vera e propria gabella a carico dei cittadini, che vengono usati come dei bancomat da un sistema opaco e antiquato.
La “mia” battaglia contro la “Copia Privata”: da DJ a vittima
Ho iniziato la mia carriera nello spettacolo e intrattenimento, nel 1977, per gioco all’inizio spinto dall’amore per la musica come contenitore di storie e dalla potenza delle nuove parole delle nascenti Radio Libere.
Un anno che ha segnato l’inizio di un viaggio professionale tra radio, locali da ballo, backstage di concerti, nel mondo della pubblicità al servizio della Radio e molto di quello che bastava che “suonasse” per attirare il mio interesse.
Sono autore radiofonico, produttore radiofonico e di eventi, copywriter e stratega del posizionamento, ma anche sono stato, proprietario di discoteche e DJ pur senza mai urlare al microfono: “SU LE MANIIII!!!”.
Una doppia veste che mi ha permesso di vivere l’industria dall’interno, e di scontrarmi, anni dopo, con un sistema ingiusto che aveva travisato la sua funzione culturale. Un sistema che tratta “l’utilizzatore” privato e commerciale, come il famoso pollo del pollaio dove scorrazza libera volpe.
Sì, sarebbe stata più adeguata la massima di Wanna Marchi, dell’intervista di qualche anno fa ma era un po’ troppo forte nella cruda verità, senza vaselina, che andava enunciare.
Il fatto è comunque questo: gennaio del 2001, sono come sempre al lavoro, sulla consolle del mio locale, che avevo aperto nell’87, quando subisco una denuncia penale da parte della Polizia Postale durante un controllo di routine congiunto con la Polizia Amministrativa della Questura.
La ragione? Avevo dei masterizzati dei miei dischi originali e alcuni download che usavo per il mio lavoro. Le famose “compilation di copie lavoro” che in quell’alba della nuova era digitale nascente, sarebbero divenute presto strumento prezioso e utile nel mestiere del DJ.
È stata una esperienza che non mi ha sorpreso più di tanto, per il mio locale mi sono sempre occupato degli aspetti legali e amministrativi propri della gestione di un locale di pubblico spettacolo: nella parte relativa all’utilizzo delle opere protette e in quella che coinvolge i rapporti con la P.A. per gli aspetti di procedura nell’applicazione di una “licenza di polizia” del T.U.L.P.S.
Ah sì, tranquillə, la denuncia era talmente inconsistente che non è stato necessario nessun processo, che altri colleghi però subiranno poi negli anni successivi. A conclusione delle indagini preliminari, sei mesi dopo e tre per l’emissione del provvedimento, il GIP archiviava tutto per l’insussistenza di elementi di reato. Quello che una sentenza di un Tribunale dice quando “assolve con formula piena”.
Il DJ vittima del suo stesso “egomasochismo” e della Copia Privata divenuta “Professionale”
L’accusa che mi fu stata mossa, come in molti casi simili che avverranno poi, si basava su un’erronea interpretazione della Legge sul Diritto d’Autore n. 633/41 e, in particolare, dell’articolo 171-ter che punisce la riproduzione abusiva, tra le altre ipotesi.
Ma la norma prevede anche delle eccezioni, come quella generale dell’uso personale e l’assenza di qualsiasi scopo commerciale e quella, in particolare, dell’articolo 71-sexies e seguenti da cui deriva il cosiddetto “equo compenso per copia privata” (articolo 71-septies della stessa legge633/41).
Una assurda tassa in una epoca dove nessun fa più copia privata o copia lavoro, nessuno, neppure i DJ che ormai deriva tutte le sue tracce dal download e in alcuni casi, dallo streaming.
La copia lavoro/privata, infatti è solo per le copie di “fonogrammi” e “videogrammi”.
Per dirla facile, paghi una tassa per copiare il tuo vinile o la tua vhs sul tuo smartphone che andrà a compensare gli aventi diritto. Sì ma di quale diritto?
La tassa è gestita dalla SIAE. Divertente, vero?
Nel mio caso, come in quello di molti DJ, però le lobby hanno sempre mal sopportato questo uso troppo “piratesco”, a loro dire, della copia privata tanto che si sono inventati, per il DJ, l’uso per motivi professionali.
Il DJ, a sua tradizionale italiana insaputa, era così diventato alla pari di un avvocato, un giornalista, un dottore, con l’aggravante che lui le sue “copie lavoro” le esibisce in pubblico.
Boh, chissà quale perversa libidine prova un soggetto a dire al suo pubblico: “guarda, guarda il sesso che mi fa, uso un CD MASTERIZZATOOOO!!!”
Ma il punto cruciale è proprio qui: l’utilizzo di copie di dischi per una performance professionale rientra perfettamente nella “copia per uso personale”, e non è nemmeno una riproduzione a scopo di lucro, dato che il compenso del DJ deriva dalla sua prestazione artistica, non dalla vendita o dalla cessione delle sue copie.
Questa distinzione, che nella Legge non è solo e da sempre evidente, è scritta proprio in modo che non vi sia alcuna giustificazione perché la si possa fraintendere in nessuna maniera, se non per “assimilarsi” agli appetiti corporativi di privati. E già, il Diritto d’Autore e i suoi Connessi, sono diritti di natura Privata, perché questa è una “proprietà” (privata) anche quando è intellettuale. E, intendiamoci, va protetta ma nei limiti.
Fortunatamente, la giurisprudenza, ha iniziato da subito a fare chiarezza anche se poi sempre ignorata.
Sentenze come quella del Tribunale di Milano dell’ottobre 2002, e la successiva massima giurisprudenziale divenuta in pochi anni praticamente unanime, hanno stabilito un principio fondamentale: l’uso delle copie da parte del DJ per la sua attività professionale è legittimo, a patto che sia a scopo di lavoro e non per la successiva vendita o cessione a qualsiasi.
Il mio caso, che si è concluso con l’archiviazione del GIP, è un esempio concreto di come il sistema giudiziario abbia riconosciuto l’assenza di un reato, smentendo di fatto l’interpretazione distorta che aveva portato alla denuncia. E questo ha continuato a fare negli anni successivi.
Questa confusione, alimentata dalla pressione delle lobby sui Governi, ha reso la figura del DJ una vittima predestinata di un sistema che, a tutti gli effetti, lo costringeva a un paradosso: rischiare una denuncia per poter lavorare, o acquistare ogni singolo brano, pur essendo già in possesso/accesso degli originali o non avendone bisogno
È il concetto del DJ vittima di un suo insano masochismo, e del suo ego, che gli impedisce di vedersi nella giusta collocazione nei contesti dove va a intervenire con il suo lavoro. Che poi è anche la ragione per la quale il DJ ha perso il suo ruolo di catalizzatore culturale, di “antenna culturale” che coglie dalla strada gli umori della società in perenne mutazione e li trasforma in suoni.
Da Napster al paradosso della Copia Privata: una storia italiana
La storia della musica digitale e della sua fruizione è un percorso parallelo a questo. Dopo l’era dei CD, l’avvento di piattaforme come Napster ha segnato una vera e propria rivoluzione, introducendo il concetto di condivisione di massa e, di conseguenza, la paura della “pirateria”. Ma è qui che si genera il grande equivoco: la pirateria, che è la distribuzione/condivisione non autorizzata, è cosa ben diversa dalla copia privata, che, nella sua accezione originale, dovrebbe essere un’azione consentita all’utente finale per uso personale.
In Italia, però, la “copia privata” si è trasformata in una tassa occulta che paghiamo sull’acquisto di dispositivi elettronici, come un “pizzo” preventivo sulle nostre intenzioni di riprodurre contenuti e di cui il DJ, è il “pollo” da spennare preferito.
C’è un ormai vecchio articolo di Altalex, “Legittima la copia di lavoro del deejay”, che è un “caso di scuola” e sintetizza perfettamente questo concetto. La Corte lì richiamata, ha stabilito che la copia fatta da un DJ è una riproduzione per uso personale (non rientrerebbe nella eccezione dell’articolo 71-sexies, se così non fosse), è cioè una copia di lavoro, uno strumento essenziale per la sua attività professionale, alla pari dello stringi tubi dell’idraulico.
E la sua legittimità deriva, quindi, anche dal fatto che non è finalizzata alla vendita o alla distribuzione, ma semplicemente a permettere la performance, dato che i supporti digitali sono oggi indispensabili per la professione. Una sentenza basata su una della Cassazione n. 42129 del 2012, che rafforza il caso e dimostra come la giustizia abbia riconosciuto la sua piena legittimità.
Se a ciò, oggi, metti anche che quasi nessun DJ usa dischi in vinile o cd, non si offendano gli amici che ancora lo fanno, ma download o streaming, l’assurdità di quel compenso è ancora più furbescamente assurdo, visto che download e streaming sono esclusi da quella eccezione. Il download, in particolare, non è “copia di un originale” ma esso stesso “originale” quando lo vado a “fissare” sui miei supporti o device.
Conclusioni e appello all’azione
L’iniziativa di DDay è una boccata d’aria fresca, un segnale che non siamo soli in questa battaglia. È tempo di fare sentire anche la tua voce. Non possiamo più accettare di essere trattati come dei bancomat per lobby che, per decenni, hanno abusato del loro potere.
Dai mettiamoci con pentole, fischietti e tamburi a far sentire che siamo qui.
Non si tratta solo di una tassa, ma di un principio di giustizia.
(Massimo Siddi, agosto 2025)
